Il lato negativo (asimmetrico) dei tassi negativi

di Andrea Terzi
Commentando l’ultima mossa della banca centrale giapponese, Lisa Abramowicz (The Negative Side of Negative Rates) sostiene giustamente che l’unico effetto positivo sulla spesa che ci si può aspettare dai tassi negativi è ottenibile attraverso un deprezzamento dello yen (almeno, finché dura). Lei scrive che i tassi negativi siano un’idea che “suona bene in teoria”, ma riconosce chiaramente che l’effetto sul credito bancario rischia di essere restrittivo, non di stimolo. Il fatto che i tassi negativi non abbiano un effetto espansivo, ed abbiano probabilmente un effetto deflazionistico è un punto sostenuto da alcuni economisti, tra cui questo blog qui e qui e anche in questa sezione di domande e risposte. Dovrebbe essere chiaro ormai a un numero sempre maggiore di persone che ciò che chiamiamo tasso di interesse negativo (sulle riserve in eccesso delle banche) corrisponde in realtà ad una tassa, con aliquota positiva!

 

Ho il sospetto che chi crede che i tassi negativi stimolino i prestiti abbia una visione dei tassi di interesse delle banche centrali che non si adatta alla realtà di un sistema monetario. Sembrano che pensino che ci sia una simmetria tra tassi positivi e negativi. Sembra quasi che pensino che, poiché i tassi di interesse inferiori implicano un minore costo del denaro, un interesse che diminuisce fino al punto di divenire negativo sia uno stimolo ancora più potente al prestito (e alla spesa). Inoltre, con i tassi negativi i prestatori saranno incoraggiati a prestare meno (e spendere) di più.

Stimolo?

Questo discorso sarebbe applicabile ad un’economia reale di scambio, in cui le persone risparmiano, ad esempio, il mais. Non si applica ad un’economia monetaria nella quale il risparmio è l’altra faccia del debito. I risparmiatori non sono soggetti che possiedono mais. Sono persone in possesso di attività finanziarie (corrispondenti a passività di qualcun altro) che possono continuare a detenerle oppure scambiarle ad un prezzo che riflette le condizioni di mercato.

I tassi negativi praticati dalle banche centrali rappresentano una tassa su quelle attività finanziarie a cui si applicano: cioè, alle riserve bancarie in eccesso. Le banche non sono propriamente “prestatori” di riserve in eccesso alla banca centrale. Essi sono titolari di moneta di banca centrale costretti a seguito delle operazioni di “quantitative easing”, che hanno riempito i bilanci delle banche americane, dell’Eurozona, britanniche, giapponesi – e così via – con riserve in eccesso. E le banche semplicemente non possono evitare di incorrere nella tassa. Così, il loro patrimonio netto diminuisce.

Quando il tasso di interesse applicato dalla banca centrale per i prestiti alle banche è positivo e ad un certo punto diminuisce, le banche trasferiranno ai clienti il ​​loro minore costo del denaro. Ma è proprio qui che la simmetria tra le due variabili non va oltre.

Quando il tasso di interesse applicato dalla banca centrale sulle riserve in eccesso delle banche è negativo, le banche scaricheranno sui clienti l’aumento del costo delle loro operazioni. Si noti che se una banca presta ai clienti a tassi negativi in ​​modo da sbarazzarsi delle riserve in eccesso e diminuire la sua perdita derivante dalla “tassa”, essa incorre in una perdita sicura; in più, presto scoprirà che se tutte le banche fanno lo stesso, le sue riserve in eccesso torneranno rapidamente al loro livello iniziale.

La morale della storia è questa: quando un’idea non funziona nel modo in cui ci si attende, qualcuno dice che sebbene l’idea possa suonare bene in teoria, essa non è applicabile in pratica. Io la vedo in modo diverso (come sanno i miei studenti…). Se la teoria è buona, dovrebbe aiutare a spiegare questioni pratiche. Se non lo fa, è solo una cattiva teoria.